La storia dei diritti delle donne in Italia si sviluppa lungo un percorso complesso, caratterizzato da lente conquiste giuridiche, civili e sociali.
Questo percorso può essere suddiviso in diverse fasi storiche, che riflettono i cambiamenti politici, culturali ed economici del Paese.
Prima dell’Ottocento, il diritto allo studio era un privilegio quasi esclusivamente maschile. Le donne risultavano escluse dall’istruzione superiore e dai diritti civili.
Nel XVIII secolo emerse in Europa un interesse crescente per l’educazione femminile, ma le opportunità restarono molto limitate.
In Italia, allora non ancora unita, solo pochi casi isolati consentirono alle donne di laurearsi, come Maria Vittoria Delfini Dosi, laureata in Giurisprudenza a Bologna nel 1722.
Nel XIX secolo convivettero due tendenze: una tradizionalista e una innovatrice. Nonostante la diffusione del femminismo europeo, il Codice civile del 1865 limitava ancora l’indipendenza giuridica delle donne.
La legge Casati del 1859 rese obbligatoria l’istruzione elementare per entrambi i sessi e aprì la strada all’accesso agli studi superiori.
Nel 1876 le donne poterono iscriversi ai corsi universitari di Giurisprudenza. Tuttavia, le laureate restarono poche e incontrarono forti ostacoli professionali.
Emblematico il caso di Lidia Pöet, laureata nel 1881, alla quale nel 1883 fu impedito di esercitare la professione.
Nel 1899 nacque a Milano l’Unione Femminile Nazionale (UFN), fondata da donne e uomini della borghesia progressista.
L’UFN mirava all’emancipazione femminile attraverso l’acquisizione di diritti civili, sociali e politici.
Tra le principali iniziative figuravano la lotta per il diritto di voto, la tutela del lavoro femminile e della maternità, e la formazione di ispettrici di fabbrica.
Nei primi decenni del XX secolo furono presentate proposte di legge per estendere il diritto di voto e favorire l’accesso alle professioni.
Persistettero tuttavia forti pregiudizi, che giustificavano l’esclusione femminile con presunte inferiorità intellettuali o con il ruolo centrale della donna nella famiglia.
La legge Càrcano del 1902 introdusse il congedo di maternità e fissò un limite di 12 ore al lavoro femminile.
Nel 1919, la legge n. 1176 abolì l’autorizzazione maritale e riconobbe alle donne l’accesso alle professioni, con alcune esclusioni legate ai poteri pubblici.
Durante il regime fascista, il percorso dei diritti femminili subì un forte arresto.
Il lavoro femminile diminuì sensibilmente e si affermò un modello familiare fondato sulla supremazia del marito.
La donna fu relegata al ruolo di madre e casalinga, in una condizione di dipendenza economica, culturale e giuridica.
Nel 1945 le donne ottennero il diritto di voto, che fu esercitato per la prima volta nel Referendum istituzionale del 1946.
La Costituzione del 1948 sancì principi fondamentali di uguaglianza, pari dignità sociale e parità giuridica tra i coniugi.
Gli articoli 3, 29, 31, 37, 48 e 51 riconobbero l’uguaglianza tra uomini e donne nel lavoro, nella famiglia e nella vita politica.
Nel 1963 le donne ottennero l’accesso a tutte le cariche pubbliche, inclusa la Magistratura.
Seguirono riforme decisive: divorzio (1970), riforma del diritto di famiglia (1975), legge sull’aborto (1978), abolizione del delitto d’onore (1981).
In epoca recente, norme su parità salariale, quote di genere e contrasto a stalking e violenza sulle donne hanno rafforzato la tutela dei diritti.
