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Un simpatico repertorio di risorse per la didattica
Autore: Francesco Petrarca (1304‑1374)
Opera: Rerum vulgarium fragmenta (Canzoniere)
Numero nel Canzoniere: 126
Sezione: Rime in vita di Laura
Data di composizione (probabile): circa 1340‑1341
Genere: poesia lirica, canzone
Forma metrica: canzone di 5 stanze di 13 versi (4 endecasillabi e 9 settenari) più un congedo di 3 versi.
Schema metrico e delle rime: ogni stanza è divisa in fronte (due piedi) e sirma; schema tipo abCabC c deeDfF, con variazioni minime; congedo di 3 versi (2 endecasillabi + 1 settenario).
Contesto tematico: rievocazione elegiaca del primo incontro con Laura presso il fiume Sorga (Valchiusa), in un locus amoenus che diventa luogo della memoria amorosa e desiderio di sepoltura.
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Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir’ mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior’ che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenza insieme
a le dolenti mie parole extreme.
O acque chiare, fresche e dolci,
nelle quali le belle membra
posò colei che sola mi sembra degna del nome di donna;
o ramo gentile sul quale le piacque appoggiarsi
(lo ricordo con sospiri)
facendone una colonna per il suo bel fianco;
o erba e fiori che la sua veste elegante
ricoprì
insieme con il suo seno angelico;
o aria sacra e serena
dove Amore, attraverso i suoi begli occhi, mi aprì il cuore;
ascoltate tutti insieme
le mie parole estreme e dolorose.
S’egli è pur mio destino
e ’l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
né in piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l’ossa.
Se davvero è il mio destino
– e il cielo opera in questo senso –
che Amore chiuda questi occhi in lacrime,
conceda almeno che il mio misero
corpo sia sepolto in mezzo a voi,
e che l’anima torni nuda alla sua dimora originaria.
La morte sarà meno crudele
se porterò questa speranza
in quel passo incerto del trapasso:
perché lo spirito stanco
non potrebbe mai trovare un porto più riposante
né una fossa più tranquilla
per fuggire dalla carne e dalle ossa tormentate.
Tempo verrà anchor forse
ch’a l’usato soggiorno
torni la fera bella et mansüeta,
et là ’v’ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosa et lieta,
cercandomi; et, o pietà!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa che sospiri
sí dolcemente che mercé m’impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Forse verrà ancora un tempo
in cui, al solito luogo,
tornerà la creatura bella e mansueta, pur se fiera,
e là dove mi vide
in quel giorno benedetto,
rivolgerà lo sguardo desideroso e lieto,
cercandomi; e, oh pietà!,
vedendo che sono ormai terra tra le pietre,
Amore la ispiri
in modo che sospiri
così dolcemente da ottenere misericordia per me,
e faccia forza al cielo,
mentre si asciuga gli occhi con il suo bel velo.
Da’ be’ rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito et perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.
Dai bei rami scendeva
(dolce è il ricordo)
una pioggia di fiori sul suo grembo;
ed ella sedeva
umile in tanta gloria,
già coperta da quella nube amorosa di fiori.
Alcuni fiori cadevano sull’orlo della veste,
altri sulle trecce bionde,
che quel giorno sembravano oro lucente e perle;
alcuni si posavano a terra, altri sull’acqua;
altri, con un movimento vago,
girando sembravano dire: «Qui regna Amore».
Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosí carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, et sí diviso
da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
Qui come venn’io, o quando?;
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
questa herba sí, ch’altrove non ò pace.
Quante volte dissi allora,
pieno di timore reverente:
«Costei certamente è nata in paradiso».
Tanto il suo portamento divino,
il volto, le parole
e il dolce sorriso
mi avevano colmo di oblio,
e così distaccato
dall’immagine vera delle cose,
che dicevo sospirando:
«Come sono giunto qui, e quando?»,
credendo di essere in cielo, non nel luogo reale in cui mi trovavo.
Da allora in poi mi è così caro
questo prato, che altrove non trovo pace.
Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.
Se tu, canzone, avessi ornamenti quanto desideri,
potresti con coraggio
uscire dal bosco e andare tra la gente.
La canzone è costruita come un discorso rivolto al paesaggio di Valchiusa: acque, ramo, erba, fiori, aria sono personificati e chiamati a testimoni del ricordo amoroso. La I stanza è invocazione al luogo; la II introduce il motivo funebre del desiderio di sepoltura in quello stesso spazio; la III immagina il ritorno di Laura e la sua pietà davanti alla tomba del poeta; la IV rievoca in forma quasi pittorica la scena del bagno e della “pioggia di fiori”; la V insiste sullo smarrimento estatico del poeta, che crede di essere in paradiso. Il congedo affida alla canzone il compito di uscire nel mondo, se degnamente ornata.
Il tempo del racconto è duplice: da un lato il “benedetto giorno” dell’incontro, dall’altro il presente del poeta che rievoca e proietta nel futuro la propria morte. Il luogo naturale diventa così un punto fisso nella biografia interiore: lì è avvenuta la rivelazione amorosa, lì il poeta desidera essere sepolto, lì immagina il ritorno di Laura.
Laura è descritta con tratti insieme concreti (le trecce bionde, il grembo, la veste) e trascendenti (portamento “divino”, nascita in paradiso). Il poeta vive un’esperienza di estasi: il sorriso, le parole e il volto di Laura lo distaccano dalla realtà, tanto da fargli credere di essere in cielo. La figura femminile è quindi al confine tra creatura terrena e creatura angelica, secondo la linea stilnovistica, ma filtrata dalla tensione psicologica tipicamente petrarchesca.
Il paesaggio non è sfondo neutro: è proiezione dello stato d’animo del poeta. Le acque “chiare, fresche e dolci”, la “pioggia di fiori”, l’“aere sacro, sereno” rispecchiano la dolcezza e insieme la malinconia del ricordo. La natura diventa custode del segreto amoroso e, nella prospettiva funebre, possibile luogo di pacificazione definitiva, “piú riposato porto” per lo spirito lasso. Il locus amoenus classico è così interiorizzato e spiritualizzato.
Lo stile è altissimo e sorvegliato: lessico selezionato, sintassi complessa ma armoniosa, forte musicalità ottenuta tramite l’alternanza di endecasillabi e settenari. Ricorrono numerose figure retoriche:
Nel congedo la canzone viene personificata e invitata a uscire “del boscho” e “gir in fra la gente”: il bosco è metafora della solitudine interiore del poeta, mentre la “gente” è il pubblico dei lettori. Petrarca mostra consapevolezza del valore letterario del proprio testo, ma insieme ne sottolinea la fragilità (“se tu avessi ornamenti quant’ài voglia”), in una tipica oscillazione tra ambizione e pudore.