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Avviamento allo studio della storia

Che cosa fa uno storico?

Le bon historien, lui, ressemble à l’ogre de la légende. Là où il flaire la chair humaine, il sait que là est son gibier. (Lo storico somiglia all'orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda - M. Bloch)

Uno storico non si limita a raccontare ciò che è accaduto: indaga il passato per capire come e perché gli esseri umani hanno preso certe decisioni, costruito certe società, affrontato certi problemi. Il suo lavoro assomiglia a quello di un detective: parte da una domanda, raccoglie indizi, li confronta e prova a ricostruire una storia credibile e fondata. Per farlo, usa le fonti, cioè tutte le tracce che il passato ha lasciato: oggetti, testi, immagini, edifici, testimonianze. Le osserva con attenzione, le confronta tra loro, valuta se sono affidabili e che cosa possono davvero dirci.

Lo storico non cerca “la verità assoluta”, ma costruisce spiegazioni ragionate, basate su prove e argomentazioni. Sa che ogni fonte ha un punto di vista e che ogni ricostruzione può essere migliorata quando emergono nuove informazioni. Studiare storia, quindi, non significa solo ricordare date ed eventi, ma imparare a fare domande, a leggere criticamente le informazioni e a capire come si costruisce una conoscenza affidabile sul passato.

Ti propongo la riflessione di un grande storico dell'età antica:

Tutto il lavoro dello storico è su fonti. Anche i suoi ricordi personali diventano fonti, quando la ricerca storica procede. E tuttavia lo storico non è un interprete di fonti, pur interpretandole. È un interprete di quella realtà di cui le fonti sono i segni indicativi o frammenti. Lo storico trova nella lettera l’uomo che l’ha scritta, nel decreto il corpo legislativo che l’ha emanato in precise circostanze; trova nella casa chi l’ha abitata, nella tomba la fede del gruppo a cui il defunto apparteneva. Lo storico interpreta documenti come segni degli uomini che sono spariti. Egli trova il significato del testo e dell’oggetto che ha davanti a sé perché lo capisce come se appartenesse ancora a quella situazione passata a cui di fatto appartenne. Lo storico trasferisce ciò che sopravvive nel mondo che sopravvive. È questa capacità di interpretare il documento come se non fosse documento, ma episodio reale di vita passata, che da ultimo fa lo storico. Un grammatico vede un testo come un insieme di parole da analizzare; lo storico capisce la situazione in cui il testo è stato scritto. Un esperto tecnico di scavi riconosce strati; uno storico riconosce le civiltà a cui gli strati appartengono. Lo storico capisce uomini e istituzioni, idee, fedi, emozioni, bisogni di individui che non esistono più. Capisce tutto ciò perché i documenti che ha davanti a sé, debitamente interpretati, si presentano come situazioni reali. Lo storico capisce i morti come capisce i vivi. In qual modo lo storico trasformi le fonti in vita del passato è più facile imparare da Erodoto, Guicciardini, Burckhardt e Marc Bloch che dai manuali di metodo storico.

Arnaldo Momigliano, Le regole del giuoco nello studio della storia antica,
in Storia e storiografia antica, Bologna, il Mulino, 1987.

 

Il significato etimologico di STORIA

La parola storia deriva dal greco historía, un termine che significava originariamente ricerca, indagine. Alla base c’è la radice hístōr, che indicava l’uomo che sa perché ha visto, cioè colui che conosce grazie all’osservazione diretta e alla capacità di giudicare.

Questa origine linguistica è molto importante per comprendere il metodo storico: fare storia non significa soltanto raccontare fatti del passato, ma indagare, porre domande, verificare e ricostruire ciò che è accaduto attraverso le tracce disponibili. La storia nasce quindi come un’attività di ricerca critica, non come semplice narrazione.

Differenza tra Storia e Storiografia

Una distinzione fondamentale per comprendere il metodo storico riguarda il rapporto tra storia e storiografia. Con il termine latino res gestae si indica l’insieme dei fatti realmente accaduti nel passato: eventi concreti, irreversibili, che non possono essere modificati. Questa è la storia in senso oggettivo, l'insieme di ciò che è stato. Ciò che è stato, il passato, non è conoscibile se non attraverso l'esame dei suoi resti, delle tracce che ci sono rimaste.

La storiografia, invece, corrisponde a ciò che i latini chiamavano historia rerum gestarum: il racconto, l’interpretazione e la spiegazione che gli storici elaborano a partire dalle fonti. A differenza dei fatti, la storiografia è soggettiva, parziale e in continua evoluzione, perché ogni generazione rilegge il passato alla luce di nuove domande, nuove sensibilità e nuove scoperte.

Comprendere questa differenza aiuta a capire che la storia non cambia, ma la conoscenza storica sì: ciò che gli storici scrivono è sempre una ricostruzione, fondata e rigorosa, ma comunque aperta al confronto e alla revisione.

Storia e Memoria

Per comprendere davvero il metodo storico è anche essenziale distinguere tra storia e memoria. La memoria è il ricordo soggettivo di chi ha vissuto un evento: è selettiva, emotiva, talvolta imprecisa, e cambia nel tempo. La storia, invece, è il risultato di una ricerca critica che analizza le fonti, confronta le testimonianze e ricostruisce i fatti distinguendo con attenzione ciò che è accaduto da ciò che viene ricordato.

Come ricorda anche Sergio Luzzatto nelle sue riflessioni sul metodo storico, uno degli errori più gravi è confondere la memoria con la verità storica. Lo storico non può limitarsi a prendere per buone le parole di un testimone, né può assumere i ricordi individuali come criteri di interpretazione. Deve invece considerarli come oggetti di studio, analizzandoli criticamente e collocandoli nel giusto piano temporale.

Luzzatto sottolinea anche altri rischi metodologici: trascurare la verifica delle fonti, confondere l’ordine degli eventi, sovrapporre i problemi del presente a quelli del passato, o cedere alla tentazione di “semplificare” per rendere più vendibile un racconto storico. Queste scorciatoie possono essere utili al successo editoriale, ma risultano culturalmente dannose per chi studia o legge.

In Italia, la scarsa abitudine degli storici professionisti a rivolgersi al grande pubblico ha spesso lasciato spazio a divulgatori improvvisati, che talvolta commettono l’errore più grave: trattare la memoria come se fosse storia. Scambiare un testimone per un interprete infallibile significa rinunciare al lavoro critico che definisce la disciplina storica.

Il buon storico, al contrario, separa con rigore i piani temporali, riconosce il valore della memoria ma non la confonde con i fatti, e trasforma il vissuto retrospettivo dei protagonisti non in una scorciatoia interpretativa, ma in una materia complessa da analizzare. Solo così la memoria diventa una fonte preziosa, senza sostituirsi alla storia.

Il metodo storico

immagine decorativa

Il metodo storico è l'insieme delle tecniche, degli strumenti e dei principi utilizzati dagli storici per studiare, interpretare e scrivere la storia, tutto ciò che serve per "ricostruire" il passato a partire dalle sue tracce, dai suoi resti, da ciò che ci rimane e che può apparire utile per comprendere ciò che è successo (in modo simile a ciò che fa il detective quando usa le "prove" in suo possesso per comprendere come è avvenuto il fatto criminoso su cui indaga).

Gli storici si basano sulle fonti storiche e utilizzano metodi che li aiutano a condurre le loro ricerche in modo accurato e rigoroso.

Non si tratta solo di raccogliere documenti o reperti, ma di imparare a porre domande, a valutare le fonti e a costruire spiegazioni coerenti. La storia, infatti, non è un semplice elenco di fatti: è un’indagine sul modo in cui gli esseri umani hanno vissuto, pensato e trasformato il mondo nel tempo.

Marc Bloch, uno dei più grandi storici del Novecento, ricordava che lo storico deve essere prima di tutto un osservatore curioso, capace di interrogare il passato con intelligenza e spirito critico. Nel suo celebre Apologia della storia scriveva che "la storia è la scienza degli uomini nel tempo", sottolineando che ogni ricerca storica nasce dal dialogo tra le domande del presente e le testimonianze del passato. Le fonti, per Bloch, non parlano da sole: sono risposte a domande che dobbiamo imparare a formulare.

Anche Jacques Le Goff, grande medievista e studioso della memoria, insisteva sul carattere costruito della conoscenza storica. In Storia e memoria affermava che "la storia è una costruzione sempre in movimento", perché ogni generazione rilegge il passato alla luce delle proprie esigenze e dei propri interrogativi. Per questo il metodo storico richiede attenzione ai contesti, consapevolezza dei limiti delle fonti e capacità di distinguere ciò che è documento da ciò che è memoria, mito o interpretazione.

Jerzy Topolski, filosofo e metodologo della storia, ha messo in evidenza il carattere razionale e argomentativo del lavoro dello storico. Secondo lui, ricostruire il passato significa formulare ipotesi, verificarle attraverso le fonti e costruire spiegazioni che siano coerenti e fondate. La storia, scriveva, è sempre il risultato di una scelta interpretativa, che deve però essere controllata, motivata e aperta alla discussione.

In questa prospettiva, il metodo storico non è una ricetta fissa, ma un percorso che unisce ricerca, critica e interpretazione. Lo storico raccoglie le tracce del passato, le valuta con attenzione, le confronta tra loro e infine costruisce un racconto che cerca di spiegare come e perché gli eventi sono accaduti. È un lavoro che richiede rigore, ma anche immaginazione critica: la capacità di vedere connessioni, di cogliere cambiamenti e continuità, di dare senso al tempo umano.

Fonti storiche

Le fonti storiche primarie sono documenti originali o reperti provenienti dal periodo storico oggetto di studio. Gli storici utilizzano fonti primarie come documenti scritti, registri, diari, lettere, carte geografiche, fotografie, registrazioni audio e video, e manufatti archeologici per ricavare informazioni sul passato.

Le fonti storiche secondarie sono opere scritte da altri storici o studiosi che analizzano e interpretano le fonti primarie. Queste opere comprendono libri di storia, saggi accademici, articoli, tesi e dissertazioni. Gli storici utilizzano le fonti storiche secondarie per ottenere una visione più ampia e critica degli eventi storici.

Gli studenti, in particolare i più giovani, utilizzano spesso fonti secondarie e, ancora più spesso, testi divulgativi.

L'analisi delle fonti è una parte essenziale del lavoro dello storico. Gli storici valutano la provenienza, l'autenticità, l'affidabilità e il contesto delle fonti storiche per determinare la loro validità e utilità nella ricostruzione degli eventi passati. La critica delle fonti aiuta a evitare distorsioni, interpretazioni errate o manipolazioni nella narrazione storica.

Il lavoro dello storico richiede quindi un approccio critico, una scrupolosa selezione e valutazione delle fonti e una conoscenza approfondita del contesto storico. Attraverso l'utilizzo attento di questi strumenti gli storici cercano di ricostruire e interpretare il passato in modo accurato e significativo.

Tabella riassuntiva delle fonti storiche

Tipo di fonte Esempi
Materiali Anfore, utensili, monete, armi, ceramiche
Iconografiche Affreschi, mosaici, dipinti, fotografie
Documenti scritti Leggi, lettere, cronache, registri, iscrizioni
Orali Interviste, testimonianze, racconti tramandati
Digitali Archivi online, database, mappe digitali

Altri tipi di fonti

Accanto alle tipologie più tradizionali, la ricerca storica contemporanea ha ampliato notevolmente il ventaglio delle fonti utilizzabili. Questo permette di ricostruire aspetti della vita passata che non emergono dai documenti letterari o ufficiali, offrendo una visione più ricca e articolata delle società umane.

Un primo gruppo è costituito dalle fonti epigrafiche, cioè le iscrizioni incise su pietra, metallo o altri materiali durevoli. Questi “libri di marmo” conservano informazioni preziose su magistrature, istituzioni, pratiche religiose e vita sociale, spesso assenti nei testi narrativi. L’epigrafia permette di accedere a dati diretti, prodotti per esigenze amministrative o commemorative, e quindi particolarmente affidabili.

Un’altra categoria sempre più valorizzata è quella delle fonti contabili e amministrative: bilanci familiari, registri di doti, inventari, rendiconti di tutela, libri mastri. Questi documenti, spesso considerati “minori”, sono invece fondamentali per ricostruire la storia della vita quotidiana, dei consumi, delle economie domestiche e delle relazioni sociali all’interno delle comunità.

Anche il territorio può essere considerato una fonte. Le fonti paesaggistiche e ambientali comprendono i segni lasciati dall’uomo sul paesaggio: bonifiche, terrazzamenti, tracciati stradali, conformazioni del terreno. Il paesaggio diventa così un vero e proprio “archivio all’aperto”, che conserva tracce materiali di attività economiche, trasformazioni ambientali e forme di insediamento.

Infine, la storiografia recente ha iniziato a interrogarsi sulle fonti elettroniche e digitali. Strumenti come Wikipedia, archivi online, database collaborativi o piattaforme social rappresentano nuove forme di produzione e circolazione del sapere. Queste fonti richiedono un’analisi critica attenta, poiché sollevano questioni legate all’autorità dell’informazione, alla validazione dei dati e alla natura collettiva della scrittura digitale.

L’ampliamento della tipologia delle fonti mostra come il lavoro dello storico sia in continua evoluzione: ogni nuova categoria di tracce permette di porre domande diverse e di costruire interpretazioni più complesse del passato.

Un quiz sui diversi tipi di fonti

La critica delle fonti

La critica delle fonti, come si diceva, è il processo con cui lo storico valuta l'affidabilità, l'origine e il significato di una fonte per capire quanto sia utile alla ricostruzione del passato.

Domande chiave della critica delle fonti

  • Chi ha prodotto la fonte?
    Conoscere l’autore aiuta a capire il punto di vista, le competenze e i possibili interessi.
  • Per quale scopo è stata prodotta?
    Una fonte può informare, convincere, celebrare, giustificare: lo scopo influenza il contenuto.
  • Quando è stata realizzata?
    La distanza dai fatti può rendere la fonte più o meno precisa o influenzata da ricordi e interpretazioni.
  • È una testimonianza diretta o indiretta?
    Le fonti dirette provengono da chi ha vissuto l’evento; quelle indirette lo raccontano in seguito.
  • Ci sono contraddizioni con altre fonti?
    Confrontare più fonti permette di verificare la coerenza e individuare errori o manipolazioni.

Errori da evitare

  • Confondere “antico” con “vero”.
    Una fonte antica può essere imprecisa, parziale o propagandistica: l’età non garantisce la verità.
  • Pensare che una fonte primaria sia automaticamente affidabile.
    Le fonti primarie sono preziose, ma possono contenere errori, omissioni o punti di vista distorti.
  • Usare una sola fonte per ricostruire un evento.
    La storia richiede confronto e incrocio delle informazioni per evitare interpretazioni parziali.

Storia della storiografia e correnti metodologiche

Per comprendere come lavora uno storico oggi è utile ripercorrere, in modo sintetico, l’evoluzione del pensiero storico. La storiografia non è mai stata un sapere immobile: nel corso dei secoli ha cambiato metodi, obiettivi e strumenti, trasformando profondamente il modo in cui interpretiamo il passato.

Le origini della disciplina risalgono al mondo greco. Con Erodoto si assiste al passaggio dal mito alla ricerca razionale: egli raccoglie testimonianze, osserva i luoghi, confronta versioni diverse degli eventi. Tucidide porta questo approccio ancora più avanti, adottando un metodo più severo e pragmatico, fondato sull’analisi delle cause e sulla verifica dei fatti. Con loro nasce l’idea che la storia sia un’indagine critica, non un semplice racconto.

Nell’Ottocento la disciplina si professionalizza grazie a Leopold von Ranke, che insiste sulla necessità di studiare i documenti con rigore filologico e di ricostruire gli eventi “come sono realmente accaduti”. Il suo metodo, basato sulla centralità delle fonti scritte e sulla ricerca dell’oggettività, segna una svolta decisiva nella formazione dello storico moderno.

Il Novecento porta una vera e propria rivoluzione con la Scuola delle Annales. Storici come Marc Bloch, Lucien Febvre e poi Fernand Braudel spostano l’attenzione dagli eventi politici alle strutture di lunga durata: geografia, economia, società, mentalità collettive. La storia non è più solo la cronaca dei fatti, ma lo studio dei processi profondi che modellano le civiltà nel tempo.

A partire dagli anni Settanta emerge la microstoria, che propone un cambio di scala: invece di analizzare grandi fenomeni, si studiano casi circoscritti, comunità locali o vite di individui comuni. Attraverso queste storie “minori” è possibile ricostruire culture subalterne, mappe mentali e forme di esperienza che le grandi narrazioni avevano ignorato. La microstoria mostra che anche il dettaglio può illuminare dinamiche più ampie.

Questa breve panoramica evidenzia come la storiografia sia un campo in continua evoluzione. Ogni corrente metodologica ha ampliato lo sguardo dello storico, offrendo nuovi strumenti per comprendere il passato e per interrogare in modo più consapevole le fonti e le testimonianze.

Aree di studio specialistiche

La ricerca storica contemporanea si articola in numerosi ambiti specialistici, ciascuno dei quali approfondisce aspetti specifici della vita delle società umane. Queste aree di studio permettono di ampliare lo sguardo oltre la storia politica tradizionale e di analizzare fenomeni complessi attraverso prospettive diverse e complementari. Ne vediamo due, a puro titolo esemplificativo.

La storia sociale ed economica si concentra sull’evoluzione delle classi, delle forme di lavoro, delle strutture familiari e dei fenomeni demografici. Attraverso l’analisi di salari, consumi, mobilità sociale e condizioni di vita, questo approccio ricostruisce le dinamiche profonde che hanno modellato le società nel tempo, mettendo in luce i comportamenti collettivi e le trasformazioni materiali.

La storia di genere studia i ruoli femminili e maschili, le loro rappresentazioni e le loro trasformazioni nel corso dei secoli. Questo campo di ricerca indaga le relazioni di potere, le identità di genere, le forme di partecipazione sociale e politica, e il modo in cui le norme culturali hanno influenzato le esperienze quotidiane delle persone. È un approccio che permette di dare voce a soggetti e gruppi spesso esclusi dalla narrazione tradizionale.

Uso pubblico della storia

La storia non è soltanto una disciplina accademica: è anche uno strumento che le società utilizzano per rappresentare se stesse, costruire identità collettive e legittimare scelte politiche. Questo fenomeno, spesso definito uso pubblico della storia, riguarda il modo in cui il passato viene selezionato, interpretato e celebrato nello spazio pubblico attraverso monumenti, cerimonie, anniversari, ricorrenze, festività e narrazioni ufficiali.

Un aspetto centrale di questo processo è la monumentalizzazione del passato (termine da intendersi anche in senso figurato). Attraverso statue, memoriali, intitolazioni e rituali civili, alcune vicende vengono elevate a simboli condivisi, mentre altre vengono trascurate o dimenticate. In questo modo si costruiscono vere e proprie “religioni civili”, cioè sistemi di valori e memorie collettive che contribuiscono a definire l’identità di una comunità politica. Questa tendenza è spesso più forte nei regimi totalitari dove la costruzione del consenso va di pari passo con la repressione del dissenso.

La politica svolge un ruolo decisivo in queste scelte. Eventi come il Risorgimento o la Resistenza sono stati spesso utilizzati per legittimare lo Stato, rafforzare la coesione nazionale o promuovere una certa idea di cittadinanza. La selezione del passato, dunque, non è mai neutrale: riflette priorità, sensibilità e conflitti del presente.

Comprendere l’uso pubblico della storia significa riconoscere che il passato non è solo oggetto di studio, ma anche materia di dibattito e di costruzione simbolica. Per questo è importante mantenere uno sguardo critico: distinguere la ricerca storica dalle narrazioni celebrative, interrogare le memorie ufficiali e chiedersi quali voci vengano incluse o escluse nei racconti collettivi.

Esempi di uso pubblico della storia si trovano in molte epoche e contesti. L’antica Roma offre modelli emblematici: la Colonna Traiana, con il suo racconto scolpito delle campagne daciche, e gli Archi di Trionfo dedicati agli imperatori vittoriosi, sono strumenti di celebrazione politica e di costruzione del consenso. In età contemporanea, monumenti come il Vittoriano a Roma trasformano eventi storici – in questo caso il Risorgimento – in simboli nazionali, contribuendo a definire un’identità collettiva condivisa.

Altri esempi provengono da contesti diversi. L’Arco di Trionfo di Parigi celebra le vittorie napoleoniche e funge da luogo di memoria repubblicana; il Lincoln Memorial a Washington costruisce un’immagine idealizzata dell’unità nazionale americana; il Muro del Pianto a Gerusalemme è un potente simbolo religioso e identitario; i numerosi memoriali della Shoah in Europa e nel mondo invitano alla riflessione collettiva sul trauma del Novecento. Anche questi luoghi mostrano come il passato venga selezionato, interpretato e messo in scena per rispondere a esigenze politiche, culturali o morali del presente.

Gli operatori storici

Gli operatori storici sono strumenti concettuali che aiutano a leggere e interpretare gli eventi nel tempo. Permettono di distinguere ciò che cambia da ciò che resta, di capire l’ordine dei fatti e di individuare le relazioni tra cause e conseguenze.

Operatori fondamentali

  • Durata
    Indica quanto un fenomeno storico rimane nel tempo: può essere breve, medio o lungo periodo. Comprendere la durata aiuta a distinguere tra eventi momentanei e trasformazioni profonde.
    Esempio: La Rivoluzione francese dura pochi anni, mentre il feudalesimo dura secoli.
  • Successione
    È l’ordine con cui gli eventi si susseguono. Stabilire la successione permette di capire quali fatti vengono prima e quali dopo, senza confonderli con rapporti di causa-effetto.
    Esempio: L’invenzione della stampa (1455) precede la Riforma protestante (1517).
  • Anteriorità e posteriorità
    Sono relazioni temporali: indicano semplicemente che un evento è avvenuto prima (anteriorità) o dopo (posteriorità) rispetto a un altro. Non implicano un rapporto di causa.
    Esempio: La scoperta dell’America (1492) è anteriore alla Riforma (1517), ma non ne è la causa.
  • Contemporaneità
    Riguarda eventi che avvengono nello stesso periodo, anche in luoghi diversi. Aiuta a collegare fenomeni che condividono il tempo storico.
    Esempio: Mentre in Europa si diffonde l’Umanesimo, in America fioriscono le civiltà precolombiane.
  • Cambiamento
    Indica ciò che si modifica nel corso del tempo: istituzioni, società, tecnologie, culture. Studiare il cambiamento permette di capire come e perché una realtà evolve.
    Esempio: L’introduzione della macchina a vapore cambia radicalmente la produzione industriale.
  • Continuità
    Riguarda gli elementi che restano stabili nonostante il passare del tempo.
    Esempio: Alcune strutture sociali del Medioevo sopravvivono anche nell’Età moderna.
  • Causa e conseguenza
    Sono relazioni logiche: la causa spiega perché un evento accade, la conseguenza indica ciò che produce. Non basta che un fatto venga prima per essere causa di un altro.
    Esempio: L’aumento delle tasse è una causa del malcontento; il malcontento è una conseguenza.
    Esempio chiarificatore: 1492 → 1517: ordine temporale, ma nessun rapporto causale diretto.

Errori da evitare

  • Confondere successione e causa
    Il fatto che un evento avvenga dopo un altro non significa che ne sia la causa. Serve un’analisi approfondita, non solo la cronologia.
  • Considerare il cambiamento come improvviso
    Molti cambiamenti storici sono lenti e graduali: ignorare la durata porta a interpretazioni superficiali.
  • Trascurare la contemporaneità
    Studiare un evento isolato senza considerare cosa accade altrove nello stesso periodo può far perdere collegamenti importanti.

Schema riassuntivo

Concetto Domanda guida Tipo di relazione Esempio
Anteriorità Quale evento è avvenuto prima? Temporale 1492 è anteriore al 1517
Posteriorità Quale evento è avvenuto dopo? Temporale 1517 è posteriore al 1492
Causa Perché è accaduto? Logica Aumento delle tasse → malcontento
Conseguenza Che cosa ha provocato? Logica Malcontento → rivolte

La Cronologia

Un operatore storico che al nostro livello merita una particolare attenzione è la cronologia

La cronologia è lo studio e l'organizzazione degli eventi storici in ordine cronologico. Si basa sull'attribuzione di date specifiche agli eventi e sulla loro sequenza temporale. Attraverso la cronologia, è possibile stabilire la successione degli eventi e comprendere le relazioni di causa ed effetto nel corso del tempo. La cronologia può essere espressa utilizzando diversi sistemi di datazione. Questa disciplina aiuta gli storici a stabilire un quadro temporale accurato e a contestualizzare gli eventi storici e ad operare delle periodizzazioni.

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